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mercoledì 17 novembre 2010

"Donne in attesa" a Bari

(Pubblicato su Dol's)

E se una delle vie d’uscita dalla crisi fosse proprio investire risorse nell’occupazione femminile?
E’questo l’interessante e dettagliato scenario che le due docenti di Economia presso l’Università Bocconi di Milano, Alessandra Casarico e Paola Profeta, ci prospettano nel loro libro “Donne in attesa. L'Italia della disparità di genere'', ed. Egea, presentato a Bari da Maria Laterza, nell’accogliente scenario della storica libreria, il 15 novembre 2010.

Le economiste, che inoltre collaborano da diversi anni con il Sole 24ore, hanno illustrato con dovizia di dettagli e numeri, nonché grande capacità di sintesi, cosa significhi per una nazione come l’Italia essere fanalino di coda in Europa per ciò che riguarda le politiche di genere.

La presentazione, coordinata da Magda Terrevoli, Presidente della Commissione per la Pari Opportunità presso la Regione Puglia, ha visto come interlocutore anche l’Assessore al Welfare del Comune di Bari, Ludovico Abbaticchio, che ha illustrato l‘impegno delle istituzioni cittadine che si stanno muovendo nella direzione dell’analisi di genere del bilancio e che si avvalgono dell’apporto partecipativo della Consulta delle Donne per promuovere azioni a favore delle pari opportunità.

Il dato incontrovertibile da cui ogni riflessione ha preso spunto è che in Italia le donne sono alla pari degli uomini (se non superiori) a livello di istruzione, ma poi il divario comincia ad ampliarsi man mano che si sale nella scala delle responsabilità, fino alla riduzione impressionante del numero di donne in posizioni di potere (un solo esempio tra tutti: solo due donne-rettore a fronte di una maggioranza di laureate).

In realtà investire in politiche a favore del lavoro delle donne significa lungimiranza da parte di una nazione, significa poter rilanciare l’economia facendo tesoro di quell’enorme bagaglio di esperienza e competenza femminile che è sottoutilizzata.

Il libro si apre con tre storie emblematiche di donne, di differenti fasce d’età, che - malgrado grinta, determinazione e competenza – nel nostro paese sono costrette a dover scegliere tra carriera e famiglia, a differenza delle loro coetanee in Europa, restando per l’appunto “in attesa di trovare spazi adeguati per lo sviluppo delle loro competenze, senza rinunce di sorta. La domanda da porsi è se infatti si tratti davvero di scelte individuali o di adattamento ad ostacoli effettivi di tipo socioculturale.

Rispetto agli obiettivi della Strategia di Lisbona per il 2010, che si poneva come orizzonte per i paesi europei il raggiungimento del 60% di occupazione femminile, l’Italia è rimasta molto indietro (tra il 46% e il 47% per le donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni), mantenendo per di più un netto il divario tra il nord e il sud del paese. Si ricordava che solo Malta è più indietro di noi.

In quest’ottica non sembra più un paradosso che l’Italia abbia un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa e che il sud ne risenta in misura maggiore: è evidente che dove c’è più occupazione si fanno più bambini in quanto maggior reddito significa maggiore sicurezza.

In sintesi gli ostacoli ad uno sviluppo equilibrato del nostro paese possono riassumersi in tre punti:
1. il contesto famigliare, in cui non è ancora sviluppata la logica della condivisione all’interno della gestione del quotidiano;
2. il contesto culturale, in cui si mantengono ancora differenze tra l’educazione dei bambini e delle bambine improntate agli stereotipi di genere ed in cui più dell’80% delle persone sono convinte che i figli di madri lavoratrici “soffrano;
3. il contesto istituzionale, che potrebbe fare molto di più per promuovere lo sviluppo di un nuovo concetto di famiglia, in linea con l’evoluzione della società.

Si sottolineava infatti come gli asili-nido siano uno strumento imprescindibile di crescita per i più piccoli, soprattutto per coloro che vivono in famiglie disfunzionali o disagiate che non possono offrire loro gli strumenti necessari per sviluppare talenti potenziali che risulteranno pertanto sprecati.

L’assessore Abbaticchio ha inoltre sottolineato come curarsi della parità di genere nell’occupazione significhi anche affrontare in modo concreto il tema della povertà, che pesa in particolar modo sui più giovani e si coniuga con prostituzione, sfruttamento minorile, lavoro nero, aggiungendo che la città di Bari sta progettando un uso di fondi regionali e fondi sociali europei proprio in tale direzione.

Le economiste hanno suggerito misure concrete che possono essere adottate, ad esempio la defiscalizzazione per le imprese che assumono donne, in modo da poter contribuire in modo sostanziale all’emersione del lavoro nero, e minor carico fiscale nella tassazione, che deve restare su base individuale, con detrazioni maggiori legate sia alla cura dei figli (p.e. impiego di baby-sitter, ecc.) sia nel caso di lavoro da parte di entrambi i coniugi con figli di età inferiore ai tre anni. Il concetto sotteso al libro è che più lavoro in condizioni di effettiva parità per le donne significa un’effettiva crescita economica quantificabile anche in termini di PIL (Prodotto Interno Lodo). Si creerebbe quel circolo virtuoso che spinge ad una maggiore domanda di servizi e dunque più crescita.

La Conferenza Nazionale di Milano sulla famiglia ha invocato maggiori aiuti per le famiglie italiane da parte dello Stato; tuttavia al momento in Italia le famiglie sono agenzie di erogazione del Welfare e se vogliamo incentivare l’occupazione femminile il “quoziente familiare'' così tanto enfatizzato non sarebbe la soluzione adeguata perché spingerebbe ancora una volta le donne a rimanere a casa. Meglio, dicono le autrici del libro, pensare al “fattore famiglia'', con tassazione su base individuale proprio per non disincentivare il lavoro femminile.

Interessante poi il punto di vista delle economiste sui “congedi parentali'' che in nazioni all’avanguardia, come la Norvegia, sono obbligatori per tutti gli uomini, della durata di un mese, con retribuzione al 100% ed indipendenti da quello della madre. In Italia una misura di questo tipo potrebbe aiutare ad innescare quel processo culturale che implica un’effettiva logica di “condivisione'' all’interno della famiglia, ricordando che in Italia siamo tra gli unici a non prevedere neanche un giorno di congedo obbligatorio per il padre.

Altra misura-shock che le autrici ritengono necessaria per scuotere gli equilibri è quella delle “quote di rappresentanza'' in quanto, dal momento che le posizioni di vertice vedono una sorta di monopolio maschile nella gestione del potere, non sembrano esserci molte altre strade da percorrere. Naturalmente si tratta di superare il pregiudizio negativo legato alle “quote rosa'', che sembrano ridurre la percezione della qualità della persone che vi accedono e che, inoltre, sono state usate in politica negli ultimi tempi in chiave puramente formale, come se si trattasse solo di una questione di numeri e non di qualità dei modelli proposti, che sono rimasti di tipo subalterno e declassato.

Al contrario le quote di rappresentanza dovrebbero avere la funzione di rendere la competizione ad armi pari, rimuovendo i privilegi iniziali di un genere a danno dell’altro, per permettere davvero l’inclusione del capitale umano femminile italiano sprecato.

Il libro e l’incontro si concludono con una delle “storie che vorremmo'', ipotesi di riscrittura di biografie femminili nella direzione della valorizzazione di talenti e desideri; all’interno di questo orizzonte viene menzionato il Comitato “Pari o dispare'', (di cui è presidente l’economista Fiorella Kostoris, con presidente onoraria Emma Bonino, e di cui fanno parte le partecipanti all’incontro) che si presenta come osservatorio atto a contrastare le discriminazioni di genere e gli stereotipi femminili veicolati dai media in nome di quel nuovo modello di società che renderebbe finalmente l’Italia un paese davvero moderno e più giusto.

martedì 23 febbraio 2010

Campagna elettorale con i tacchi a spillo

di Maria Grazia Tundo
Sembra che la scarpa rossa con il tacco a spillo sia oramai un must delle campagne di comunicazione politica, icona bipartisan, che viene usata sia dal Partito della Rifondazione Comunista, per la sua campagna di tesseramento, che dal professor D’Addario del PDL per trasmettere i propri valori e programmi agli elettori della Regione Puglia.
Rifondazione la usa in modo più casto e colto, citando la locandina del film "Il diavolo veste Prada", come ricorda Sveva Scaramuzzi, mentre l'esponente del Popolo delle Libertà, secondo le migliori abitudini culturali di una certa destra nostrana, preferisce una donna nuda, feticisticamente rivestita delle sole scarpe a spillo (scomodiamo il buon vecchio Freud per ricordare che il feticista usa l’oggetto per paura di leggere la propria castrazione nel corpo femminile?)

Ovviamente se qualche Consigliera di Pari Opportunità si innervosisce, la risposta è la solita: voi vetero-femministe bacchettone non cogliete l’ironia, siete fuori dallo Zeitgeist. In effetti fare campagna elettorale proponendo la propria faccia come se fosse uno yogurt Müller è indice di intelligenza politica: mai parlare di programmi elettorali, per carità, si rischia il vuoto ideativo assoluto, oppure poi di doverne rendere conto se eletti! Meglio delle belle gambe di donna disponibili per sollecitare le pruginose curiosità e ammiccamenti maschili, senza volto perché tanto la donna interessa dal tronco in giù.
Se poi qualcuna di noi non coglie proprio tali sottigliezze persuasive e si innervosisce perché aspira ad una politica meno pecoreccia, ecco la risposta della volpe della comunicazione che ha ideato la sudetta campagna, Enzo Varricchio (presidente del centro studi per il diritto delle arti, del turismo e del paesaggio), che si offende perché le stupide donne non ne hanno capito lo spirito e attacca Serenella Molendini (la Consigliera che ha protestato) per aver sollevato obiezioni «ridicole, bigotte, puerili e insulse» (Gazzetta del Mezzogiorno del 21 febbraio 2010, p. III).

Spiega Fabrizio D'Addario (La Repubblica- Bari)

«Abbiamo usato l'ironia per dire che questo mercimonio non deve sporcare l'immagine delle donne. Il genere femminile non va valutato soltanto sotto il profilo fisico. La politica va fatta con il cervello, e certamente le donne hanno la capacità, le doti, la lungimiranza per ricoprire i più alti incarichi nel luogo pubblico».

A questa risposta stereotipata, decisamente poco convincente in quanto per nulla coerente con il tipo di manifesto proposto (davvero qualcuno nella lettera e nello spirito del cartellone affisso riesce a leggere una Pubblicità Progresso in favore del genere femminile?) sembra rispondere Roberto Meli, con la sua interessante analisi:
«Trovo il manifesto furbo.
Furbo perchè riesce ad utilizzare il richiamo sessuale attraverso un pretesto per il quale può addirittura affermare il contrario (cioè di deprecare l'uso del sesso in politica..) da questo punto di vista è geniale.
E' abbastanza noto che il cervello umano non elabori allo stesso modo le affermazioni e le negazioni. se, ad esempio, dite a qualcuno "non pensare ad una giraffa" potete scommetterci l'ultimo stipendio che quel qualcuno si sarà immediatamente immaginato una giraffa per poi costringersi ad eliminarla dai propri pensieri... bene, dire "io deploro l'uso del sesso e dei suoi segni per fare politica e poi mostrare gli stessi segni e le stesse ancore è un messaggio contraddittorio ma efficace perchè a livello razionale passa il contenuto digitale: "alla Regione Puglia con competenza e professionalità" mentre a livello analogico passa il messaggio "compra il mio prodotto, ha la stessa attrattività di questa gnocca che vedi, se resti sintonizzato te ne darò altra..."»

Per concludere, Il prof. D'Addario ci chiede di votarlo senza confonderlo con la più famosa Patrizia, ma sta già gongolando perché è entrato anche lui nel circo mediatico e ha pagine di pubblicità gratis sui giornali. Se ancora una volta il parassitismo sul corpo delle donne produrà i risultati sperati, avremo un Consigliere Regionale, che godrà di una meritatissima pensione, grazie ad un divertissement che al massimo poteva essere adatto ad una serata fra amici in vena di goliardia.

domenica 6 dicembre 2009

Per una Casa delle Donne a Bari


di Maria Grazia Tundo

[Intervento presentato nell'assemblea pubblica su Le donne e il governo della città ]

Viviamo in una foresta di simboli; le nostre città ce lo dimostrano ogni giorno; un oggetto, un’insegna, una strada, un palazzo non è mai soltanto una mera superficie più o meno utile, ma si riempie costantemente di sfumature emotive, relazionali, politiche. La casa è uno degli archetipi legati ai bisogni umani più basilari (rifugio, protezione, ecc), ma anche ai sogni ed alle speranze; purtroppo storicamente spesso per le donne la casa si è trasformata in prigione asfissiante, dove desideri e talenti si sono affievoliti e rinsecchiti nella routine di un lavoro di cura non sempre scelto, spesso imposto.

Al contrario, la Casa delle Donne che immaginiamo qui a Bari sarebbe un “simbolo forte”, in quanto vuole aprirsi al mondo, pur nel suo radicamento territoriale e locale, ponendosi come spazio pubblico di transizione e sosta nel contempo, a seconda delle proprie necessità. L’ambizione è farne un’agorà benché circoscritta da mura, dove la storia, i talenti, i bisogni relazionali, le capacità imprenditoriali e culturali, la creatività delle donne possa espandersi e condensarsi in un segno visibile. La immaginiamo aperta a tutti i soggetti, ponte fra le generazioni, certe che il proficuo nomadismo dell’intelligenza possa trovare un luogo ospitale e adatto all’incontro (fra soggetti, associazioni, singolarità)

Una casa che non sia rifugio e protezione per un femminile dimidiato e maltrattato, ma propulsivo per una città che guarda verso orizzonti più grandi di quelli che oggi ci circondano, luogo di espansione verso l’imprevedibile, uno spazio che dia cittadinanza e riconoscibilità alle nuove configurazioni di senso che il pensiero e la pratica delle donne sanno produrre.

Da un lato dovrebbe essere garanzia di conservazione della memoria (con la presenza di un centro di documentazione, una biblioteca, una videoteca, ecc.) dall’altro luogo di espansione verso il nuovo, con postazioni multimediali, una caffetteria, botteghe artigiane, e soprattutto spazi ampi ed accoglienti per l’incontro e la discussione, che ci sollecitino ad uscire dagli angusti confini domestici per dare voce alla nostra vitalità ed energia trasformativa. Insomma ce la figuriamo come luogo di gioia e progettualità, di crescita della consapevolezza civile e politica e superamento degli steccati, a partire proprio da quelli di genere. Un luogo che contribuisca a fare di Bari un centro propulsore di cultura e solidarietà, creatività e intelligenza anche politica.

Per ora la casa è solo ospitata sul web, (http://sites.google.com/site/casadelledonnedibari/ )

in un sito creato proprio per raccogliere adesioni e firme e per mostrare, con il logo appositamente ideato, cosa la Casa delle Donne possa significare: tale logo è costituito da una linea aperta che si trasforma in mura, ma anche natura (l’albero che cresce all’interno del suo perimetro) e si estende in linguaggio verso l’infinito, una casa insomma in cui il dentro e il fuori rimangano confini sempre permeabili e mutevoli, benché dotati di una loro tangibile riconoscibilità.

sabato 28 novembre 2009

"Sex in the City. Corpi, politica e spazi pubblici": un resoconto


di Maria Grazia Tundo

Erano in tante le donne. Erano in tanti anche gli uomini. Al punto che i posti a sedere si sono subito esauriti benché di questo incontro, dall’ironico titolo “Sex in the City. Corpi, politica e spazi pubblici” i giornali locali, seppure avvertiti, non hanno dato notizia. Tuttavia, quando le donne si organizzano, sanno usare le reti, che – essendo meno gerarchiche – sono loro più congeniali e così tra passaparola, diffusione su FaceBook e nelle mailing-list, il 27 novembre 2009, il Fortino di Bari era pieno di gente. L’organizzazione che ha dato vita all’incontro pubblico ha visto riunite le varie associazioni di donne della città, che confluiscono nel Coordinamento Donne e Potere, con il patrocinio del Comitato Pari Opportunità dell’Università di Bari.

Come ha ben chiarito nella sua interessante relazione Paola Zaccaria, le donne si sono ritrovate in questo luogo non per reclamare briciole di quel potere asfissiante e ottuso che pesa come una cappa di piombo sulle nostre vite, ma per recuperare “agentività, e performatività “, cioè gli spazi e i tempi di azione necessari per aprire veri orizzonti di libertà individuale e collettiva e per rispondere agli eventi pubblici che hanno reso palese l’intreccio tra potere maschile e corpi delle donne, discutendone secondo pratiche comunicative a loro più affini. Senza discorsi paludati o vacue aggressività comunicative, senza mai inciampare nella dimensione scandalistica e “gossippara”, a cui siamo ogni giorno così pesantemente esposti, l’incontro si è snodato tra voci intessute di intelligenza e cuore con tono lieve, ironico, giocoso e nel contempo con quella sana rabbia ben indirizzata che coniuga la voglia di cambiamento con il desiderio di trasparenza.

Paola Zaccaria ha introdotto i lavori, ricordando Brenda, Blenda, blended, corpo e anima di confine, trans “messa in mezzo” perché non ha saputo stare al suo posto, asfissiata simbolicamente, affogata tramite il suo computer. Si intravede in filigrana oggi un femminile che inquieta, che i dinosauri del potere vogliono ancora immaginare angelicato, secondo gli stilemi del “desiderabile” con marcature in puro stile anni ’50, mentre questo uso del potere sta distruggendo sia la politica (che, al contrario, dovrebbe creare libertà e convivenza) sia la sessualità, deformata con il bisturi della videoplastica.

Alle parole di Paola, è seguito un estratto del documentario "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, che mostra il grande circo della TV, dove il corpo femminile viene quotidianamente mostrato in tagli da bancone di macelleria: assemblando le immagini che ci accompagnano quotidianamente, lei ha “svelato”. E’ stata per questo soggetta ad attacchi vergognosi da parte di una testata la cui pratica giornalistica si rifà alle tecniche comunicative usate nel mondo distopico delineato da Orwell in “1984”, per questo – sebbene invitata - non se l’è sentita di venire, per bisogno di stare un po’ nell’ombra, ma contenta che si usasse il materiale da lei prodotto.

In opposizione al luogo comune che interpreta il non-comparire delle donne sulla scena politica come implicante un loro complice non-esserci, si è sottolineato come invece siano proprio i mass-media a non mostrare la dimensione politica e pubblica di quel costante lavoro femminile che produce saperi e cultura ma, non essendo caratterizzato da elementi di spettacolarizzazione, non fa “audience”. Esiste tutto un movimento di donne che usa altri luoghi e spazi, come ad esempio il blog e la rete, per “prendere posizione”, spazi che hanno una dimensione post-coloniale, “schierata a sud”, con la differenza di posizionamento che ciò comporta. In realtà, ricorda Paola, citando Monica Pepe (http://www.zeroviolenzadonne.it/), quella della donne è «l’unica rivoluzione permanente in tutto il mondo», malgrado la costante censura operata su un immaginario femminile che non vuole omologarsi.

Siamo in epoca di brutalità, di sesso e politica degradati, a cui le donne di Bari hanno voluto rispondere con un sorriso, che non è accondiscendenza, ma farsi beffe delle contraddizioni del potere. Chi è la escort, ci si chiedeva? Non è oggi piuttosto una figura dell’immaginario su cui molti uomini si modellano, quei giornalisti “esperti in prestazioni orali” che leccano il potere in perfetto stile maso-fascio? Quanti uomini si sono già venduti e continuano a vendersi pur di frequentare le stanze del potere?

In risposta a questa doppiezza, la voce di Pia Covre, del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, appariva una voce di pulizia e verità. Ci si può vendere il corpo, in pura consapevolezza, senza vendersi l’anima, per restare padrone di sé? Covre, senza ipocrisie, ha messo in luce la doppia morale per cui i giornali si riempiono di pettegolezzi e maldicenze per degradare i soggetti coinvolti, mentre i discorsi critico-politici di spessore rimangono a debita distanza. Sottolinea come uno scambio esplicito “sesso-denaro”, sia molto meno destrutturante per la democrazia, la parità e l’uguaglianza di uno scambio “sesso-favore politico”. Il proliferare delle ordinanze dei sindaci in favore del decoro delle città sono solo una maniera per criminalizzare quella prostituzione che conosce la povertà, l’emarginazione, lo sfruttamento, mentre quella d’alto bordo, molto più rovinosa per il tessuto sociale e politico di un paese, perché ricompensata con favori politici, è tacitamente accolta e sostenuta. Ecco allora le donne vittime della tratta e dei trafficanti che non hanno più il coraggio di denunciare, che non si curano più per paura dell’espulsione, in una palese violazione dei diritti umani.

Maria Laterza, a sua volta, ha passato in rassegna il punto di vista della stampa straniera sulle vicende italiane, che si riferiscono al potere nostrano nei termini del ”ritorno del principe”, di una vera e propria sua divinizzazione, ed inoltre ha evidenziato come si stia assistendo al meccanismo per cui le “donne di sogno” possono facilmente trasformarsi in un incubo per il potente di turno.

La semiologa Patrizia Calefato, con il supporto tecnico di Claudia Attimonelli (che ha anche curato le scelte musicali) ha poi scelto di trattare la questione in modo incisivo e spiazzante con un intervento multimediale dal titolo Le gambe delle donne. Corpo, stereotipo e comunicazione, in cui, tramite un collage di immagini e spezzoni-video tratti dalla televisione, dal cinema e dalla pubblicità, dagli anni ’50 ad oggi, si è mostrato come l’immaginario contemporaneo in Italia sia tornato a disegnare rapporti tra i generi che sembrano fermi agli stilemi degli anni ’50, dimenticando le provocatorie rappresentazioni di un femminile che, negli anni ’70, ironicamente metteva in scena la libertà di godere del proprio corpo, finalmente libero da busti, corsetti e restrittive insegne della femminilità. A partire da Abbe Lane e dalle gemelle Kessler, per passare a Silvana Mangano, il cui ballo viene citato da Nanni Moretti, per giungere alle ironiche pubblicità che vedono protagonista George Clooney, Patrizia ha evidenziato come le gambe delle donne, a lungo censurate nella TV di stato, siano oggi sovraesposte, ma con effetti analoghi: non sono gambe libere di donne che ballano la propria gioiosa indipendenza, correndo e percorrendo il mondo nell’unicità del loro dinamismo, ma gambe ingabbiate nella ritualità di una danza fatta soltanto per accondiscendere al desiderio di nuovi padri-padroni.

Anche le studiose Angela D’Ottavio e Betta Pesole, che si definiscono giocosamente “Pussy Power Connection”, ci hanno ricordato che oggi le nuove favole raccontate alle donne occidentali sono che lo stato di diritto sia più forte delle leggi di mercato, quando invece quest’ultimo precarizza quotidianamente le esistenze delle donne non riconoscendone il lavoro sessuale, emotivo e riproduttivo, quando “femminilizzazione del lavoro” oggi indica solo corpi docili di lavoratori, corpi usati come lubrificanti sociali per ingentilire contesti in cui le decisioni vengono prese da altri. Insomma hanno sottolineato la presenza di una sorta di tacito patto omosociale che vede complici uomini anche anche appartenenti a schieramenti politici diversi, mentre si discetta su quale sia il “vestito giusto“ per una femminista (il velo? la minigonna? il tubino nero?). A loro avviso è proprio dalle lotte e dai movimenti organizzati delle sex worker, così come da quelli delle donne migranti che si oppongono alle violenze e alle espulsioni, che dovrebbero ripartire i femminismi.

L’incontro si è concluso con un breve messaggio-video di Ella De Riva misteriosa figura della rete, che preferisce restare nell’ombra della sua identità segreta per permettere alle sue parole di transitare, di circolare liberamente e che chiede ai presenti di ricominciare a far politica con passione e gioia, reinventando la comunicazione, ridisegnando il mondo a partire dalla trasformazione del rapporto tra i sessi, andando oltre la telenovela di “Sex in the City”, prodotta da quei benpensanti che, mentre gridano allo scandalo, operano una costante precarizzazione del lavoro, una trasformazione degli stranieri in clandestini e una progressiva chiusura degli spazi di una democrazia veramente partecipata.

E’ stata infine la voce di Rosapaeda, che ci ha regalato il suo canto insieme al musicista Edi Romano, a salutarci ed accompagnarci idealmente verso i prossimi incontri che il Coordinamento delle Donne di Bari sta organizzando

domenica 18 ottobre 2009

L'incontro con le docenti

di Maria Grazia Tundo
Il 13 ottobre, nella sede dell'Adirt di Bari, si è tenuto un incontro delle docenti interessate alle attività del Coordinamento Donne e Potere di Bari.
Eravamo donne differenti, che si sono raccontate secondo delle modalità narrative singolari, unite dalla passione per il proprio lavoro e dalla necessità di ricominciare a tessere, in un'ottica di uguaglianza e libertà, quella rete di saperi e competenze femminili che si è apparentemente sfrangiata in pochi decenni. Abbiamo confrontato i nostri entusiasmi, le nostre delusioni, ma anche quegli orizzonti di cambiamento che sogniamo e per cui ci battiamo.
Grande il desiderio di confronto e parola in uno spazio aperto, grande il bisogno di incidere nel sociale e nei luoghi della politica, grande la necessità di creare un ponte tra le generazioni. Eravamo accomunate dalla percezione di avere nelle mani un potere enorme, di cui a volte manca la consapevolezza, e dalla certezza che ci siano innumerevoli possibilità di dialogo e confronto che proprio la differenza generazionale può sollecitare, se non se ne ha timore.
L'impressione che si è potuta ricavare dall'incontro è che davvero l'immagine della vita pubblica che viene rappresentata in malafede dai mass-media non corrisponda al nostro sentire e alla nostra realtà esperenziale, caratterizzati da orizzonti ben più alti, obiettivi di trasformazione sociale e relazionale ben più ambiziosi.
Ci siamo trovate d'accordo sulla necessità di coagulare tutte queste energie in un progetto concreto e comune, che possa unire le varie generazioni: la creazione della "Casa delle Donne", quel luogo grande e simbolico che vogliamo chiedere all'amministrazione, che si ponga come laboratorio dove coniugare impresa culturale e servizi, seguendo l'esempio della Casa Internazionale delle Donne di Roma, dove possano ritrovarsi le associazioni che ne condividano lo spirito e dove possano essere presenti una biblioteca, un centro di documentazione, un centro congressi, una caffetteria, ecc.
A tal fine, abbiamo deciso di avviare una raccolta di firme da presentare al Sindaco di Bari per avallare e sostenere il progetto, la cui attuazione non ci sembra più rinviabile.
Per il futuro abbiamo poi deciso di individuare delle referenti per le varie scuola presenti in città, in modo da coordinare gli sforzi e creare un tessuto di riferimento e progettualità che possa anche coinvolgere anche le studentesse e gli studenti.

sabato 3 ottobre 2009

Genesi ed evoluzione del Coordinamento Donne e Potere di Bari

di Maria Grazia Tundo
Link al resoconto della genesi e delle attività del Coordinamento Donne e Potere di Bari, apparso su Dol's, il sito delle donne on-line:

martedì 14 luglio 2009

Appena ho 18 anni mi rifaccio


Ho appena visto sul sito Dol's l'intervista all'autrice del libro "Appena ho 18 anni mi rifaccio". Non conosco ancora il libro, ma mi ha colpita il fatto che l'intervistatrice sia una giovanissima giornalista che ha posto all'autrice quelle domande che le ragazze della sua età, per noi in parte incomprensibili, le avrebbero posto.

La questione è cruciale: cosa si chiede al proprio corpo di adolescente che, come al solito, non si ama? Anoressie, builimie, chirurgie plastiche per correre verso quale ideale di perfezione?

E le madri che modello sono per le figlie, con la loro rincorsa folle verso un'immagine di eterna giovinezza di plastica e silicone per fuggire dalla paura del tempo che, passando, le farà gettar via da uomini spaventati dalla propria morte, dalla propria impotenza?

Dobbiamo adeguarci, accettare questo mondo così triste nelle proprie orge di paillettes e lustrini, oppure è il momento di ricominciare a dire BASTA!
Maria Grazia Tundo