

Il gruppo di lavoro della Libreria delle donne di Milano ha lanciato, in contemporanea in 25 città italiane, il 24 ottobre 2009, il suo nuovo fascicolo della serie Sottosopra, IMMAGINA CHE IL LAVORO.
A Bari, un coordinamento di donne che vogliono rendere visibile la propria soggettività senza appartenenze per esercitare un diverso protagonismo sulla scena della politica, con linguaggi, pratiche, strategie di respiro diverso: il futuro non si può più rinviare.
di Antonella Masi
Il giorno 20 ottobre il gruppo promotore di Donne e Potere di Bari ha organizzato un incontro con donne e uomini individuati per il loro impegno sociale e politico; è stata l'ulteriore tappa di un percorso che ha sempre privilegiato lo scambio e l'interlocuzione con esperienze e appartenenze diversificate. Un percorso nato dalla comunanza della passione politica e del patrimonio culturale delle donne, ma soprattutto dalla forza della pratica di relazione, aperto comunque ai contributi di quante/i si sentono accomunate/i dal rispetto, dall'ascolto reciproco e dal desiderio di una partecipazione libera e consapevole alla vita della comunità.
Non è stato e non è facile costruire un progetto politico al di fuori delle "appartenenze", da quelle di genere a quelle partitiche etc.., quello che sta succedendo a bari è un "piccolo" miracolo, le donne che hanno avviato questo processo-percorso sono riuscite a superare distanze e diffidenze, attraverso passaggi e spostamenti progressivi, pur consapevoli dei limiti e delle contraddizioni. Il progetto mira a creare Una casa delle donne, un contenitore materiale e simbolico, che dia visibilità alla ricchezza delle tante esperienze e progettualità femminili, ma intende anche inaugurare una diversa pratica di partecipazione attiva alla vita politica della città.
“Il silenzio è d’oro”, recita un detto ben noto. Di metallo prezioso sembra però non essere, agli occhi di molti commentatori, quel presunto “silenzio delle donne” su un tema che oggi pesa come un macigno sulla politica italiana: sesso e potere. Di tale silenzio hanno dibattuto dalle pagine di autorevoli riviste, quotidiani e siti web molte intellettuali, giornaliste, cittadine. Si stanno spendendo molte parole sul silenzio, creando così un bisticcio curioso che porta a chiedersi: le donne tacciono davvero, oppure sono i meccanismi della comunicazione pubblica che oggi capovolgono tutto e ingabbiano il linguaggio? E’ necessario urlare per rendere appena percepibile un sussurro, mentre fiumi di parole scrosciano sul nulla.
E’ in questione la dignità femminile. Al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e della comunicazione mediatica c’è oggi un’immagine delle donne che sembrava fosse stata messa in soffitta nella cultura diffusa e nel senso comune del nostro Paese, almeno fino a qualche anno fa: donne intese come oggetti sessuali, strumenti di piacere, corpi da utilizzare. Tornano di attualità i film dei Germi, Pietrangeli, Monicelli, Comencini, Risi, che negli anni ’60 denunciavano la doppia morale e la concezione delle donne tipiche di un’Italia gretta e maschilista. Torna oggi l’idea, molto trattata in quei film, che la relazione amorosa consista in una “conquista” che l’uomo intraprende verso la donna; si diffondono anche tra le più giovani “valori” legati al successo rapido e spregiudicato, alla compiacenza verso uomini che sfruttano, a tutti i livelli, la sessualità femminile.
E’ però vero che le donne su questo tacciono? O non si rovescia invece su di loro la responsabilità unica di un grido che dovrebbe attraversare l’intera società, donne e uomini, cittadini, comunità, istituzioni, partiti? L’arretramento complessivo dell’immaginario sociale, della comunicazione e della vita quotidiana è una forma di incultura diffusa che va sradicata con un impegno di cittadinanza attiva da parte di tutti, perché è un segno negativo per la democrazia intera. Accade però che siano sempre le donne a fare il primo passo, e pure il secondo e il terzo (altro che maschi “conquistatori”!).
Accade anche nella sbigottita Puglia dove si è generata l’epopea di un Tarantini; nella Bari dove ogni donna un po’ procace e griffata che incontri per strada ti scatena il pregiudizio che possa trattarsi di una girl-friend escort. Accade nella regione dove la “questione morale” quale cavallo di battaglia della sinistra viene rivendicata da tutte le sue componenti, partiti, mozioni, spesso però senza andare al cuore vero del problema. E il cuore è: sesso e potere, connubio nefasto, di cui occorre spezzare alla radice l’alibi che “sia sempre esistito” o che si tratti di “vicende private”. In Puglia le donne stanno molto lavorando su questo: esistono Comitati Pari Opportunità negli Enti locali e nell’Università; esistono associazioni che lottano concretamente contro la tratta, lo sfruttamento delle donne, le mutilazioni genitali; esiste a Bari una rete ampia e plurale che ha nome proprio “Donne e potere”. Ci vogliono esempi, relazioni, immagini, simboli, “fatti”. Serve finalmente un’inversione di valori nell’informazione: poco si potrà scalfire fino a che farà più notizia una velina che una scienziata o una letterata.
di Titti De Simone
Esistono donne che non sono donne, giacché donne si diventa. Sono cioè persone biologicamente di genere femminile, il cui mondo (l’immaginario), è dominato dal maschile. E questo non c’entra niente con l’amore. Né con
Sappiamo che c’è uno scarto, uno spazio di libertà, fra questa fiction e la realtà delle donne, che è una pratica concreta e quotidiana di autorevolezza e di verità femminile. Tuttavia il salto di qualità è notevole, perché la capacità di colonizzazione di questa fiction prodotta in particolare dal berlusconismo, dai media e dalla tv come suoi devoti servitori, è fortissima ed ha costruito immaginario, modelli, pensiero, è stata persino in grado di orientare i nostri desideri, che rischiano di ridurre proprio questo scarto tra fiction e realtà.
A dispetto di quello che dicono e scrivono illustri giornalisti, e giornaliste, politici e politiche, la questione non è affatto responsabilità del femminile, o meglio del femminismo, silente o addormentato.
Se a colpirci veramente è l’arroganza del potere e il degrado della politica, anche qui dobbiamo constatare che non è sufficiente il comportamento di Berlusconi, e degli altri politici di destra e di opposizione a suscitare una presa di parola del maschile, innanzitutto, per cominciare a produrre una critica radicale sulla sessualità maschile e sul potere.
La discussione si ribalta sulle donne. Sulla presunta docilità del femminile, sul silenzio delle donne. Come se vi fosse una nostra responsabilità o cecità. Eppure, nessuno sa spiegare, il disinteresse un po’ snob manifestato prima per Veronica Lario, e poi il fastidio di gran parte dell’opinione pubblica, e dei media per Patrizia D’Addario.
Non sono affatto femministe, queste due donne. Ma in modo diverso, certamente, sono figure che si ribellano. Nel caso della D’Addario, o di altre, sono figure che messe al servizio della sessualità maschile, poi si ribellano con i mezzi che hanno: se l'altra parte non sta al contratto tacito o esplicito sono pronte a rivoltarsi.
A me pare che non sia il silenzio delle donne a doverci interrogare; innanzitutto perché questo silenzio non esiste e non è mai esistito. Se solo stampa e politici sapessero guardare con le lenti giuste la nostra società, e quella del mondo, riconoscerebbero ovunque esperienze di libertà e molteplici forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche dove la politica e l’informazione non le vedono. Quella realtà che comprende, oltre che il possibile, anche l'impossibile, l'inaudito, il non mai udito né pensato nei codici fino qui adoperati. L’eccedenza del femminile appunto. La società italiana è uno straordinario laboratorio di libertà femminile, il problema è che i media e il discorso politico prevalente occultano questo laboratorio.
A me pare, come sempre, che il problema sia la politica, (la polis), ed è il suo silenzio, che dovremmo esaminare, giacché è innanzitutto la politica che occulta le donne in questo paese.
Analizziamo il rapporto fra politica e libertà femminile come spazio politico. Siamo l’unico paese dell’occidente capitalista in cui delle donne ci si occupa quasi esclusivamente come categoria del welfare, e per giunta di un welfare sempre meno a sostegno della libertà femminile.
E nel discorso politico, nessuna forza, nemmeno fra quelle extraparlamentari, prova ad agire pratiche che tengano conto della differenza di genere, a rompere il patto di connivenza culturale che determina la cooptazione delle donne nel ceto politico. Il pensiero femminista è scomodo per tutti.
Le pratiche di libertà, di autonomia delle donne sono troppo ingombranti con le carriere di uomini e donne del ceto politico, fino a divenire inconciliabili con la politica mista. La politica ha paura delle donne? Certamente la politica non ama le donne. Ha scritto Tamar Pitch, che troppi uomini hanno paura della libertà delle donne. “Comunque si manifesti. Nella contrattazione del sesso, nella parola pubblica di una moglie, nell’autonomia delle scelte di vita. O nella presa di distanza dalla (loro) politica”.
Questa analisi è condivisibile. Ciò di cui dovremmo quindi discutere pubblicamente è la diffusa incapacità maschile, in tante situazioni e rapporti, a cimentarsi in relazioni con donne non subalterne. La crisi della sinistra ha molto a che fare con questo ragionamento. Perché i politici italiani della sinistra non si sono mai voluti confrontare veramente con il femminismo. E in questo modo il loro discorso non solo non è convincente, ma non è in grado di opporsi concretamente all’egemonia culturale, dando ad esempio una risposta alla crisi della politica.
Ciò che costruisce un caso intorno alla vicenda italiana è senz’altro l'ansia di addomesticare un femminismo radicale capace di trarre dalla libertà femminile una forza trasformativa degli assetti di potere tra i sessi (B. Pomeranzi). Una questione troppo scomoda e oggetto di alleanze bipartisan. L'Italia infatti, rappresenta una anomalia all'interno della scena mondiale perché, nonostante la scarsa presenza femminile nelle istituzioni, (di cui l’amministrazione di centrosinistra di Bari è uno degli esempi più emblematici), sin dagli anni '
Forse di fronte alla crisi della politica e al conseguente decadimento della scena pubblica, quello che deve interessarci oggi è trasformare l’indignazione in una mobilitazione di lungo periodo. Suscitare un'opposizione politica femminile, che faccia posto, alla "verità delle donne", e per farlo forse le donne dei partiti e quelle dei movimenti, devono provare a riparlarsi e a lavorare insieme. Mi chiedo che succederebbe, se le donne dei partiti non accettassero compromessi al ribasso? Come i tanti cosiddetti “fiori all’occhiello” delle candidature elettorali, pescate anche nei movimenti e funzionali alla ricerca dei voti. O come le nomine decise per cooptazione maschile, prive quasi sempre di competenze reali? E se rompessimo questo finto equilibrio? Il fallimento da cui alcune di noi vengono è palese: all’interno dei partiti non siamo riuscite a determinare uno spostamento reale di pratiche. Le nostre pratiche sono state messe in sordina, richiamate all’ordine, marginalizzate, se non espulse.
Penso che la crisi è quanto mai profonda. E al momento solo nella relazione politica con i movimenti delle donne possiamo costruire una forte, autorevole e diffusa opposizione politica femminile, ma ciò significa prendere le distanze dalla (loro) politica e farlo senza sconti. Per rilanciare un spazio politico di libertà femminile.